Pubblichiamo l'estratto di un'intervista di Roli Villani della Rivista Almagro, all'ingegnere chimico argentino Marcos Tomasoni, in prima fila nella lotta contro l'uso dei pesticidi in agricoltura. Un'importante testimonianza sullo studio delle derive tossiche e la dimostrazione di quanto sia fondamentale il dialogo e la collaborazione tra il mondo scientifico e la militanza ambientale.

La sintesi della teoria delle Tre Derive è che nessuna applicazione di prodotti agrochimici (pesticidi di sintesi) può essere controllata, perché l'evaporazione del prodotto è praticamente inevitabile e dipende più da rapporti fisico-chimici e da fattori climatici, che dalle pratiche di irrorazione. L'ingegnere chimico Marcos Tomasoni, autore di questa teoria, afferma che nei dieci anni trascorsi dalla pubblicazione del suo studio, non solo non ha ricevuto alcuna obiezione, ma che la sua teoria è stata sistematicamente confermata. «Quando cerchiamo e troviamo pesticidi nell'aria, nell’acqua della pioggia, nelle cisterne e nel pulviscolo atmosferico, questa teoria viene confermata», dichiara Marcos Tomasoni. L’unico modo per garantire che la goccia “rimanga ferma” sul terreno, dice, è che piova per tutto il giorno in cui è stata irrorata e che ci sia un’umidità del 100%. Tomasoni testimoniò come perito in un gran numero di processi per cercare di porre dei limiti alle irrorazioni di pesticidi in vicinanza di scuole e abitazioni. L'essere nato e cresciuto in un paese dalla preminente attività agricola (Oncativo, 70 chilometri a sud della città di Córdoba, Argentina), è stato determinante.


Intervista di Roli Villani


Come è nata la sua ricerca e la militanza ambientale?

Nel 2007 ho partecipato ad una cooperativa di lavoro che prestava molta attenzione a tematiche sociali ed una di queste era l'ambiente. Tra i problemi ambientali che avevamo a Oncativo, il più importante e coinvolgente per la popolazione era quello dovuto al modello agricolo, caratterizzato dall’uso di prodotti chimici e transgenici. All’epoca frequentavo la facoltà di Ingegneria e il mio rapporto con il tema ambientale si rafforzò con l’impegno politico e così cominciai a dedicarmi all'ingegneria ambientale. L'origine della Teoria delle Tre Derive sta nell'incontro di questi due percorsi: quello tecnico, frutto degli studi universitari, e quello conseguente all’impegno ambientale e alla sensibilità sociale, dovuto al fatto di essere anch’io vittima delle irrorazioni.

Come si possono spiegare queste tre derive?

Le tre derive è un concetto che rappresenta graficamente i tre momenti in cui il pesticida evapora ed abbandona il terreno irrorato. La deriva primaria è quella che si produce al momento dell’irrorazione, mentre si sta spruzzando il pesticida; per ridurla si è prodotta molta teoria tra cui quella delle “Buone Pratiche Agricole”, ed è la deriva più studiata. Ma la deriva più importante è quella secondaria, che si verifica durante le 24 ore successive all’irrorazione. A causa dell'effetto delle radiazioni solari, dell'umidità, della temperatura dell’ambiente e di altri fattori climatici, in questa deriva fino al novanta per cento della sostanza applicata può fuoriuscire dal terreno irrorato. Infine, c’è la deriva terziaria, che è quella relativa alla fuoriuscita del pesticida fin dopo un anno dall'applicazione. Questo perché i residui della sostanza applicata, le decomposizioni della sostanza madre, possono fuoriuscire dal terreno irrorato anche dopo un anno. Quando faccio delle conferenze, suggerisco di pensare di recarsi nel proprio giardino e di spruzzarvi dell’acqua. Quante ore si pensa che rimarrà bagnato il giardino? A seconda che sia inverno o estate, ci vorranno dai 20 minuti alle due ore, non di più. L'acqua passerà tutta alla fase gassosa. Ebbene in campagna accade la stessa cosa, ma non su una scala di metri quadrati, bensì di ettari. Se si irrorano 50 ettari con una miscela di acqua e pesticidi, è razionale e sensato pensare che questa miscela evapori nell'aria. Il mio lavoro, basato su un'ampia bibliografia, è stato innovativo in questo contesto. Io non ho fatto un lavoro di ricerca, ma piuttosto, ho fatto una sintesi di studi che ha prodotto una panoramica completa della situazione. L'approccio è molto semplice ed è ciò che vede (o dovrebbe vedere) chiunque lavori nel settore, qualsiasi tecnico esperto in fisica, chimica o scienze atmosferiche. Il mio contributo è stato quello di comprendere la complessità della deriva, che mi è stato dato dall’applicazione al contesto agricolo di ciò che l’ingegneria ambientale applica in altri ambiti.

Il mio lavoro aveva un obiettivo pratico e sociale: cercare di tradurre questo fenomeno in un linguaggio comprensibile a coloro che si organizzano per affrontare ovunque questo problema. Io ho solo cercato di divulgare questa conoscenza. Poi, nel tempo, è diventata anche una questione tecnica. Fino ad oggi, nessun tecnico mi ha chiamato per dirmi: «ehi, quello che hai scritto lì è sbagliato». Quindi, dopo dieci anni affermo che il mio lavoro è una sorta di approfondimento. Si trattava di tradurre dei concetti tecnici in un linguaggio molto popolare, in modo che potesse servire come materia di emancipazione nei territori.

Lei ha affermato che il suo contributo consisteva nell'applicare all'attività agricola lo schema di ingegneria ambientale concepito per l'industria. Qualche ingegnere ambientale vedrebbe la stessa cosa lei vede nelle stesse circostanze?

Nell'ingegneria ambientale si hanno strumenti per studiare gli impatti ambientali in tutti i settori. Per esempio, posso sapere cosa esce dal camino e fin dove arriva ciò che esce dal camino, in tutte le condizioni climatiche che si possono verificare in quel luogo. Quando ho adottato questo approccio con i pesticidi, ho ottenuto il risultato che si trova attraverso questo tipo di indagine. La formazione accademica è fondamentalmente un imput che ti guida a vedere alcune cose, ma ne rende invisibili altre. Non tutti hanno visto quello che ho visto io perché veniamo tutti formati per vedere le cose da un punto di vista “tecnico”. Passi sette, otto anni all'università e, come dice Ivan Illich, ne esci preparato a identificarti con un settore socioculturale, quello del mondo dei professionisti, e a vedere tutto come ti dice quel mondo.

Ituzaingó, Malvinas Argentinas e la strategia giudiziaria ...

Il 22 agosto 2012, la Cámara del Crimen di Córdoba ha emesso una sentenza senza precedenti stabilendo che irrorare un'area urbana con pesticidi è un crimine. Il caso del Barrio Ituzaingó Anexo è stato il primo a raggiungere un processo penale in cui un produttore agricolo e un irroratore aereo sono stati giudicati colpevoli del reato di contaminazione ambientale. Hanno ricevuto una pena detentiva con sospensione condizionale di tre anni. Il processo era iniziato nel 2008 quando l'allora Sottosegretario alla Salute della città di Córdoba, riferì al Procuratore Penale che un piccolo aereo non identificato stava spargendo veleni in quel quartiere. Il metodo è noto a tutti: un campo viene irrorato con sostanze chimiche che uccidono tutta la vegetazione, e nello stesso luogo viene poi piantato un seme appositamente progettato per resistere al veleno. Con questo metodo i produttori risparmiano molto lavoro nel diserbo, nella lavorazione del terreno e nel controllo dei parassiti, e i vicini pagano questo costo con la loro salute.

Nel 2010, ad Oncativo, discutemmo su un'ordinanza. Fu un'esperienza molto importante, un processo di partecipazione popolare. Fummo tra i cittadini confinanti che promossero l'ordinanza. In quel contesto dissi per la prima volta - un po' per intuito tecnico e un po' per conoscenza bibliografica dei fondamenti - che ci sono diversi momenti in cui la sostanza chimica può evaporare dal terreno. Con il passare del tempo, quella visione cominciò a consolidarsi sempre di più perché partecipai anche al “Movimiento de Pueblos Fumigados de Córdoba”, con il quale ogni mese ci recavamo in città diverse per tenere delle assemblee. Alla fine di ogni assemblea facevamo degli interventi tecnici e in quelle occasioni io presentavo queste osservazioni, che allora erano una novità perché dal punto di vista tecnico si studiava solo la deriva primaria: che cosa fa la goccia, quanto si sposta a causa dell’azione del vento e della temperatura. E con queste idee, nel 2012 sono stato testimone nel processo del quartiere di Ituzaingó. Nel 2013, Medardo Ávila Vázquez, medico pediatra con cui collaboro da molto tempo, mi disse «Marcos, tutto questo deve essere pubblicato, non può far parte solo di un discorso tecnico interno al nostro lavoro, dobbiamo dargli un altro supporto.» E così mi sono messo a scrivere quel documento che è diventato popolare nella Red de Medio Ambiente y Salud (Rete Ambiente e Salute), dove si elaborano e si pubblicano informazioni ambientali. Da allora ho tenuto conferenze per spiegare questo documento, una teoria dimostrata migliaia di volte. Sulla base di questa teoria, ho iniziato a partecipare a cause di quartiere per legiferare in merito alla distanza dalle irrorazioni con pesticidi. Con questi principi ho anche iniziato a lavorare su alcune cause nelle province di Buenos Aires e Entre Ríos.

A che punto siamo in materia giudiziaria? Sono i processi comunali che stanno definendo la giurisprudenza che un giorno diventerà una legge nazionale?

È una bella domanda perché mi invita ad una messa a fuoco generale. Ho sentimenti contrastanti, vengo da organizzazioni di quartiere e, in questo senso, quello che ho visto e testimoniato è che tutto ciò che è giudiziario è molto lento, molto noioso e molto macchinoso. Ma è anche molto intenso da un punto di vista emotivo e materiale. Non credo che ci sarà un'esplosione di casi riguardanti questo problema. Quando nel 2012 si concluse il processo del Barrio Ituzaingó, dato che le motivazioni del processo erano state vinte, avremmo potuto pensare che fosse in arrivo una sorta di ondata di processi. E ciò non è accaduto. Comprendiamo che avviare una causa contro un vicino che irrora pesticidi (che generalmente ha stretti rapporti con il settore politico della città) è un'azione molto difficile da fare. Denunciare un vicino, da un punto di vista emotivo, è molto forte. A Oncativo ci sono quindicimila abitanti e lì ho sperimentato la realtà di litigare con metà del vicinato del tuo comune perché credi che la loro attività nuoccia alla salute. Ma pensiamoci bene: il modello di agricoltura basato su input chimici è stato promosso per 30 anni da tutto l'arco politico, a tutti i livelli e da tutti i partiti politici; è estremamente diffuso e copre la metà dell'intero territorio. Circa tredici milioni di persone sono interessate da questo modello di agricoltura. E le prove a nostro favore, beh, saranno venti o trenta, quindi è chiaro che non sono rappresentative di qualcosa di enorme.

Ho una visione positiva dell'aspetto giudiziario perché si è molto progrediti in questo campo, ma è anche l'aspetto più difficile. Quando abbiamo iniziato la militanza su questo tema nel 2007 abbiamo individuato quattro campi d’azione, ed uno era quello giudiziario. I quattro punti erano: Salute, Produzione, Legalità e Aspetti Tecnici.
Salute si riferiva all’informazione ed alla formazione sugli effetti del problema sanitario, in modo che tutti potessero essere responsabilizzati. Produzione si riferiva alla conoscenza di pratiche di altri modelli agricoli di transizione. Aspetti Tecnici riguardava la conoscenza e laformazione fisico-chimica, per migliorare ed ampliare il supporto tecnico. La mia sensazione è che, riguardo alla Salute, il dibattito sia progredito, ora non c'è nessuno nell'agrobusiness che difenda l'idea che i pesticidi non danneggino la salute. La parte fisico-chimica è il mio lavoro, anche se non sono uno scienziato di laboratorio. C’è il grande lavoro di Damián Marino e di tanti scienziati che hanno contribuito fornendo dati a questa causa. In molte città esistono dei dati specifici sull'inquinamento, il che significa che anche questo dibattito è in corso. In merito alla Produzione, uno degli ambiti con cui mi piace lavorare di più, è in RENAMA (Red Nacional de Municipios y Comunidades que Fomentan la Agroecología). Anche se numericamente non è molto rappresentativa, perché comparativamente il numero di produttori che praticano l’agroecologia non è ancora così grande, se facciamo un confronto, in dieci anni la crescita è stata enorme.

È in campo giudiziario, la Legalità, dove si è ancora deboli, perché è lì che l’agrobusiness concentra tutte le sue forze, perché gli altri tre punti sono tutti di natura sociale. Una volta vinta la battaglia sociale, l’agrobusiness dovrà ritirarsi perché non ha legittimità sul territorio. La battaglia giudiziaria, essendo circoscritta tra potere politico, magistratura e lobby imprenditoriali, è l'ambito che può essere più difeso dall’agrobusiness. In qualsiasi caso che venga studiato si troveranno le cose più incredibili che l’agroindustria ha fatto per distorcere la prospettiva giudiziaria a suo favore. Mi riferisco solo alle questioni che mi riguardano, alle cose che sono state dette sull'aspetto tecnico, perché sarebbe necessario fare una cosa molto più ampia. Sto pensando di invitare le persone a scrivere quello che chiamerei il “Manuale delle cazzate dell'agroindustria”, in cui ogni capitolo tratterebbe ogni stronzata, cioè ciascuno degli argomenti che le lobby imprenditoriali hanno sostenuto, compresa la pubblicità a pagamento. Un capitolo si intitolerebbe “Cade a terra e si disattiva” e parlerebbe del glifosato e della questione chimica. Un altro capitolo si intitolerebbe “Le derive si fermano a undici metri”; un altro si intitolerebbe “Questo prodotto non fa nulla” e parlerebbe del tema della salute; un altro si intitolerebbe “Non si può produrre senza pesticidi” e parlerebbe di agroecologia... ce n’è abbastanza per fare un libro completo. Per quanto riguarda i casi a cui ho partecipato come tecnico, le cose più importanti che hanno fatto le lobby imprenditoriali sono gli studi sulla deriva che cercano di dimostrare che i pesticidi non superano gli undici metri nell’irrorazione a terra e i cento metri nelle irrorazioni aeree. Si tratta di lavori che il Ministero dell’Agricoltura ha presentato in una cosa chiamata “Pautas de Aplicación de Plaguicidas” (Linee guida per l’uso dei pesticidi), che io critico in un lavoro specifico. Un'altra cosa divertente che hanno fatto è stato confrontare le derive di pesticidi con quelle di solfato di rame. Confrontare la deriva del solfato di rame con i prodotti chimici per l’agricoltura equivale sostanzialmente a descrivere il volo degli uccelli paragonandoli ai maiali. Tecnicamente, il solfato di rame è una sostanza chimica diversa dalla famiglia del mondo agrochimico per peso e volatilità. È stato diffuso un test sul solfato di rame, con una deriva fino a sessantaquattro metri, per sostenere che l’irrorazione aerea di pesticidi arriva a un centinaio di metri di distanza. Nel migliore dei casi hanno sbagliato e non se ne sono accorti. Nel peggiore dei casi, l’hanno fatto con l’intenzione di fornire argomenti a favore della continuazione dell’irrorazione di glifosato su bambini in età scolare. Documentazioni che sono state presentate in un caso provinciale a Entre Ríos per convincere il giudice a permettere l’irrorazione del veleno vicino a luoghi frequentati dai bambini. Una cosa molto grave.

Pensa che il contesto favorevole all'agroecologia da lei descritto possa consentire l'elaborazione di una legge nazionale sulle irrorazioni?

Penso che se comincio a parlare di Leggi finirò per essere poco concreto, perché sono abbastanza lontano dai settori che guidano la questione. Ma posso parlare delle mie aspettative. So che con il tempo questo accadrà. Che lo slogan di fermare le irrorazioni sulla base di una legge ambientale nazionale o di ordinanze comunali prima o poi diventerà realtà. Perché la causa ambientale ha una dinamica in continua evoluzione, non esiste alcuna causa ambientale che diminuisca nel tempo. Chi comprende il problema ambientale diventa sensibile, aderisce e non torna più indietro. Non è come con le idee politiche, che si basano su adesioni alla destra o alla sinistra, e che si possono invertire. Si può essere a favore di un programma di ridistribuzione della ricchezza o di un programma di concentrazione della ricchezza e, per tutta la vita, avere una prospettiva politica oscillante. Quando si capisce che un modello di sviluppo danneggia l’ambiente e gli esseri umani, quell’idea non fa che crescere nel tempo. Chi comprende questa causa non si volta mai più indietro. Perché il modello agroalimentare non è solo un modello produttivo, è un modello gestionale. È la soia che sta nei consigli deliberativi, è la soia che costruisce rapporti con tutti i livelli della pubblica amministrazione, persino con le società di calcio. La sojización [soiaizzazione, un neologismo che sottolinea l’effetto della diffusione della coltivazione della soia in Argentina N.d.T.] ha dato una nuova forma alla democrazia. Ecco perché questo paese non ha una legge ambientale nazionale. Alternative come l’agroecologia, la permacultura o la biodinamica si stanno espandendo; forse per alcuni la massa critica dei produttori è ancora molto piccola, ma ciò non significa che la loro crescita rallenta. Gli indicatori che dobbiamo vedere sono la crescita dei mercati e delle fiere, la crescita della domanda di prodotti agroecologici, la crescita di incontri, documenti, corsi e laboratori di agroecologia come testimonianza positiva del “Paren de Fumigar” [equivalente argentino di “Stop Pesticidi” N.d.T.]. Ci siamo chiesti come dare un messaggio positivo invece di “paren de fumigar”, che è uno slogan negativo. Oggi l’agroecologia è questo messaggio positivo e molto altro ancora.

Oggi, i comuni che dispongono di ordinanze contro i pesticidi presentano una minore tensione sociale e politica rispetto a quelli in cui i sindaci consentono le irrorazioni vicino alle abitazioni. C’è la discussione se si tratta di un palliativo oppure no, e c'è chi dice che in questo contesto le ordinanze comunali sono una perdita di tempo e che bisogna lottare per eliminare i pesticidi. Aderisco a questo ideale, per me l'ideale è un mondo senza pesticidi e OGM. Ma tra l’ideale e questo possibile presente, credo che le ordinanze che pongono dei limiti all’agrobusiness abbiano due virtù: una è molto pragmatica, ed è ridurre la concentrazione di pesticidi e con ciò cambiare le condizioni sanitarie. E la seconda è che giudica il modello agricolo come tossico, e che questo giudizio viene ufficializzato. Tengo lontane le irrorazioni perché so che si volatilizzano, e qualsiasi analisi stabilisce che il modello è tossico.


Roli Villani

Fonte: Revista Almagro - ottobre 2020

Traduzione a cura della Redazione di Marcia Stop Pesticidi