L’inverno, si sa, è il passato: ormai appare solo a tratti, indebolito e qualche volta rabbioso. Ma la pioggia mantiene più o meno la sua massa critica e la riversa in periodi sempre più concentrati, aumentando la pressione su terreni inariditi e fragili. Ce lo dimostra un weekend di ordinaria amministrazione, come quello che si è appena concluso con un bollettino che racconta la nuova normalità: sciatori dispersi, strade interrotte, muri secolari di ville che crollano.

Certo il biennio 2023 – 2024 è segnato dal Niño, la corrente oceanica anomala che esaspera la ventata afosa. Ma è un’anomalia che ricorre con buona frequenza e mai il risultato è stato così estremo: record mensili di temperatura che si rincorrono, temperatura del Mediterraneo che tende a livelli tropicali, sbalzi termici eccezionali che non sono più un’eccezione.

Dovremmo prendere atto che - all’inizio inavvertitamente ma oggi consapevolmente - stiamo cambiando il sistema climatico in un senso a noi decisamente sfavorevole. Ci converrebbe bloccare il peggioramento della situazione e difenderci dai danni già in atto. Ma è l’Agenzia europea dell’ambiente a dirci con il suo rapporto reso pubblico oggi che non lo stiamo facendo.

Lo studio parte dall’analisi dei fatti: “In Europa caldo estremo, siccità, incendi boschivi e inondazioni sono destinati ad acuirsi anche in base agli scenari più ottimistici in materia di riscaldamento globale e a incidere sulle condizioni di vita in tutto il continente”. E, grazie alla prima valutazione europea dei rischi climatici, ci spiega come la vita quotidiana sta cambiando rendendo le nostre giornate più pericolose.

Cosa potremmo fare per aumentare la nostra sicurezza e difendere il livello di benessere che abbiamo raggiunto? La prima mossa, come da decenni ci ricordano i climatologi, è diminuire le emissioni serra create dall’uso di combustibili fossili e dalla deforestazione. Operazione necessaria ma non sufficiente perché ormai tardiva. Il mutamento climatico in atto richiede ormai misure di adattamento importanti e radicali: “L’Europa meridionale è particolarmente a rischio a causa degli incendi boschivi nonché degli effetti delle ondate di calore e della scarsità di acqua sulla produzione agricola, sul lavoro all’aria aperta e sulla salute umana. Le inondazioni, l’erosione e l’infiltrazione di acqua salata minacciano le regioni costiere europee a bassa quota, comprese molte città densamente popolate”.

Continuare a far finta di niente e sperare che tutto tornerà spontaneamente come prima è la via migliore per arrivare al disastro. I livelli di siccità attuali – destinati con ogni probabilità a crescere – impongono scelte nette, a cominciare dall’agricoltura. “Una delle soluzioni”, suggerisce l’Agenzia europea dell’ambiente, “potrebbe risiedere in un passaggio, anche parziale, dalle proteine di origine animale a quelle di origine vegetale ottenute da piante coltivate in modo sostenibile, che permetterebbe di ridurre il consumo di acqua in agricoltura e la dipendenza da mangimi importati”.

Anche la difesa della salute richiede l’adozione di un punto di vista nuovo, più ampio. Se muoversi e lavorare all’aria aperta nelle ore più calde rappresenta un rischio crescente, per tutelarci bisogna intervenire in campi che una volta sembravano estranei al problema sanitario: “Molti settori sui quali fare leva per ridurre i rischi climatici a carico della salute esulano dalle politiche sanitarie tradizionali, come la pianificazione urbana, le normative edilizie e quelle sul lavoro”.

E dal punto di vista delle infrastrutture si tratta di passare dalla logica della singola grande opera a un’opera ancora più grande ma diffusa: la trasformazione delle case in luoghi di difesa climatica, l’intervento sulle città per evitare che diventino una trappola termica, la creazione di una mobilità che non aggravi la crisi climatica.

È una proposta che richiede una cooperazione crescente all’interno degli Stati e tra gli Stati. Forse la parte più difficile del progetto.

Fonte: www.huffingtonpost.it  11.03.2024  Antonio Cianciullo