Fonte: altreconomia-novembre 2025- Luca Rondi
Tra i filari dei pregiati vigneti delle Langhe, a cavallo tra le province di Cuneo e Asti, lo sfruttamento lavorativo non è un fenomeno isolato. Confrontando le ore dei braccianti necessarie e l’ammontare di quelle relative ai contratti attivati dalle aziende emerge una differenza tra 2,3 e 3,6 milioni di ore in due anni. Convertendo il tempo “mancante” in denaro, si tratta di una forbice tra 26,3 e 39,8 milioni di euro in lavoro nero nel 2023 e 2024: una voragine per uno dei territori considerati eccellenza del Made in Italy.
È quanto emerge da un’inchiesta svolta da Altreconomia e pubblicata nella sua versione integrale nel dossier “Grappoli amari” (disponibile dal 10 novembre) che stima per la prima volta il sommerso tra i vigneti da oltre dieci anni patrimonio dell’Unesco. “In Italia non ci sono luoghi esenti dal fenomeno del lavoro nero e del caporalato anche laddove, come in questo caso, lo sfruttamento non è legato a un mercato che obbliga a ridurre all’osso i costi ma volto esclusivamente ad accrescere il profitto”, sottolinea Marco Omizzolo, docente di Sociopolitologia delle migrazioni all’Università La Sapienza di Roma.
Da Barolo a Barbaresco, tra le splendide colline diventate note grazie agli omonimi vini rossi, si è cominciato a parlare apertamente di caporalato a fine marzo 2024, quando la notizia di un’indagine della Procura di Asti sulle condizioni di lavoro dei giovani stranieri impiegati nei vigneti è diventata di dominio pubblico. Da quel momento in poi l’attenzione sul tema è cresciuta, tra chi tentava di minimizzare parlando di “casi isolati” -relativi soprattutto a cooperative e imprese individuali che fornivano la manodopera- e chi invece denunciava un fenomeno strutturale.
Così a partire dai dati ottenuti dalle Consigliere regionali del Piemonte Alice Ravinale e Giulia Marro di Alleanza verdi e sinistra (Avs), che hanno avuto accesso alle informazioni relative ai contratti di lavoro comunicati ai Centri per l’impiego (Cpi) dalle imprese attive in provincia di Cuneo, Altreconomia ha provato a stimare quanto il lavoro nero incide sul territorio. Dei 154mila contratti (attivati tra il 2022 e il 2024) sono stati selezionati quelli relativi alle aziende vitivinicole con sede in uno dei 73 Comuni che ricadono sotto la competenza del Cpi di Alba e riferiti ai lavoratori non specializzati, i cosiddetti braccianti.
Per ogni rapporto di lavoro, poi, si è moltiplicato il monte ore previsto (part-time o full-time) per il numero totale delle settimane coperte dal contratto: si tratta di una stima indicativa perché in agricoltura le 39 o 25 ore settimanali sono esclusivamente un’indicazione, quello che conta è poi quanto viene realmente lavorato e pagato dal bracciante. A questo conteggio sono stati poi aggiunti anche i dati relativi ai contratti comunicati da cooperative e imprese individuali attive ad Asti perché molti lavoratori, una volta terminata lì la vendemmia che inizia prima, si spostano verso un’altra zona di produzione che ha conosciuto una vera esplosione negli ultimi anni, l’Alta Langa (vedi Ae 283).
Attraverso questo calcolo si arriva a stimare un totale di 4.887.950 ore nel 2023 (776.626 giornate) e 5.555.208 nel 2024 (941.750 giornate), un dato che può essere confrontato con le ore necessarie di lavoro per ognuno dei 15.284 ettari di vigneti esistenti nei Comuni presi in esame. Assieme a diversi agronomi che seguono aziende vitivinicole del territorio, abbiamo valutato che ogni ettaro avrebbe bisogno fra le 420 e 460 ore annuali di lavoro non specializzato. Pertanto nel 2023 mancano così tra 1,52 e 2,13 milioni di ore mentre nel 2024 questo dato scende a 857.238 e 1,46 milioni. Questa differenza, se rapportata all’importo orario minimo previsto dai contratti collettivi, significherebbe un sommerso compreso tra 16,1 e 22,7 milioni di euro nel 2023 e tra 9,6 e i 16,6 milioni di euro nel 2024. “Sono stime impressionanti che però non stupiscono perché lo sfruttamento nel nostro Paese è ormai pianificato e sistematizzato. Spesso non è più mediato dai caporali ma è il ‘sistema impresa’ che sfrutta direttamente in modo manageriale, sofisticato”, osserva Omizzolo.
“Lo sfruttamento in Italia è ormai pianificato e sistematizzato. Spesso non è più mediato dai caporali ma è il ‘sistema impresa’ che sfrutta direttamente” – Marco Omizzolo
Per il Consorzio di tutela Barolo e Barbaresco queste stime invece si basano su “calcoli teorici e parziali” e con “conteggi effettuati poco trasparenti e difficilmente dimostrabili e portano a una stima distorta”. Viene contestata l’assenza delle assunzioni da parte di aziende che hanno sede in altre Regioni, le assunzioni congiunte tra le imprese (“in forte aumento”) e le ore garantite dai “coadiuvanti” nelle imprese familiari che dovrebbero secondo il Consorzio riequilibrare il conteggio. Nella nota inviata ad Altreconomia c’è però una contraddizione. Viene scritto che “il progressivo aumento della meccanizzazione agricola riduce il fabbisogno di ore uomo” ma questo concetto è contraddetto poche righe dopo. “L’aumento complessivo tra il 2023 e il 2024 di 12,8 milioni di euro nelle retribuzioni dichiarate dalle aziende -si legge- è dovuto non solo all’aumento contrattuale accordato a ottobre 2024 ma anche a un effettivo incremento delle ore lavorate”. Insomma, il contrario della riduzione del fabbisogno.
Questa crescita nelle retribuzioni da parte delle aziende è un dato molto rilevante. Anche nella nostra rilevazione emerge che tra la vendemmia del 2023 e quella del 2024 si passa da 5.049 contratti attivi a ben 7.394. Se è vero che tra le due stagioni si registra un aumento delle piogge -che potrebbe aver richiesto maggior manodopera- questo non basta a spiegare una crescita così drastica registrata anche nelle retribuzioni di cui dà conto il Consorzio. L’indagine della Procura potrebbe quindi aver inciso: se questo fosse il caso, quei 2.345 braccianti “emersi” nel giro di dodici mesi nel 2023 erano completamente in nero.
Le elaborazioni delle informazioni ottenute dal Centro per l’impiego descrivono poi la precarietà del lavoro nelle Langhe e il “peso” dei contoterzisti nel territorio. La crescita della produzione e la difficoltà nel trovare manodopera hanno fatto sì che le aziende vitivinicole si affidassero sempre di più a cooperative e imprese individuali a cui vengono appaltati soprattutto i lavoratori non specializzati. Dall’analisi dei dati emerge che nel 2023 sul totale dei contratti attivati ben il 41% riguardava persone assunte da cooperative o simili -che però sono appena l’8% del totale delle aziende coinvolte- una quota che scende al 33% l’anno successivo. In media le aziende hanno assunto 5,5 lavoratori contro i 40,7 delle cooperative.
Risulta pari al 44% la quota di lavoratori assunti nel 2023 dalle cooperative/imprese individuali nonostante rappresentino appena l’8% del totale delle imprese che hanno comunicato l’attivazione dei contratti al Centro per l’impiego
I titolari delle cooperative, poi, sono spesso originari dell’Est Europa e sono loro, ad esempio nel caso dell’inchiesta di marzo 2024, a finire sotto accusa per il trattamento riservato ai lavoratori. “Il fatto che chi era sfruttato diventi caporale non è un’anomalia ma una circolarità che si riscontra in tantissimi territori -riprende Omizzolo-. In alcuni casi è l’unica possibilità di emancipazione in un sistema fragile dal punto di vista del welfare. Chi ha vissuto lo sfruttamento annusa il business, conosce il sistema, i vuoti normativi e le contraddizioni del sistema dei controlli. Così è facile fare il salto dall’altra parte”.
Anche i lavoratori, come è noto, sono soprattutto stranieri. Sempre con riferimento al 2023 solo il 31% sono italiani seguiti da bulgari (24%) macedoni (12%), romeni (10%) e albanesi (5%) mentre il restante 19% copre tantissimi Paesi di provenienza tra cui spiccano soprattutto Senegal e Nigeria. Proprio le persone di origine nigeriana sono quelle con la durata media dei contratti più bassa: 59 giorni contro, ad esempio, i 154,5 degli italiani.
Nel 2025, intanto, i dati dell’Ispettorato del Lavoro (Inl) di Cuneo comunicati ad Altreconomia sono in linea con quelli del 2024. Sono state riscontrate irregolarità di diversa gravità in 69 aziende su 92 controllate tra Langhe e Roero, 51 i lavoratori in nero (di cui sei senza permesso di soggiorno) e 180 quelli irregolari (ad esempio con la mancata registrazione delle giornate di lavoro). Tre casi di caporalato sono stati segnalati alla Procura di Asti mentre sono stati adottati 13 provvedimenti di sospensione dell’attività lavorativa per aziende contoterziste.
Il 75% delle aziende vitivinicole controllate dall’Ispettorato del lavoro di Cuneo nel 2025 nelle Langhe-Roero presentava qualche irregolarità
“Si va da chi aveva più del 10% di lavoratori irregolari a casi in cui non c’era il Documento di valutazione dei rischi -spiega Massimiliano Fiori, funzionario dell’ispettorato-. In generale questo dato è più alto rispetto a tutto il resto della provincia di Cuneo, nel saluzzese ad esempio siamo solo a tre provvedimenti sospensivi”. I rilievi riguardano solo una piccola porzione del totale delle aziende che insistono su 6.895 chilometri quadrati. In totale 18 funzionari dell’Inl devono quindi presidiare un territorio più esteso della Città metropolitana di Roma dove, oltre al vino, ci sono anche la frutta e gli ortaggi nel saluzzese. Per quanto efficace, l’effetto deterrenza è minato all’origine.
Ha collaborato Davide Castelnovo



