I dati Istat diffusi in questi giorni indicano per il «carrello della spesa» una crescita del 24% tra il 2021 e il 2025. Un aumento che viene comunemente imputato al rincaro dell’energia, all’aumento dei costi di produzione e del trasporto, ma è imputabile, più in generale, a frequenti fenomeni speculativi.
Sfugge però al consumatore come ogni prodotto alimentare, e in realtà molti altri beni, abbia un prezzo «reale» ben più alto di quello pagato alla cassa. Non si tratta soltanto dei costi ambientali e sanitari direttamente legati alla nostra salute, ma anche di costi sociali «nascosti» che attraversano l’intera filiera agroalimentare.
Prendiamo il caso di uno dei settori più prestigiosi del nostro settore agroalimentare: la viticoltura. Così come si è affermata negli ultimi decenni, è facile constatare come la produzione non sia affatto neutrale dal punto di vista ambientale. L’uso sempre più frequente di pesticidi e fertilizzanti nelle vigne di pianura, dove un tempo si coltivavano cereali, caratterizzate da viti irrigue ad alta produttività, è avvenuto spesso a scapito delle aree collinari naturalmente vocate, oggi colpite dall’abbandono e dalla crisi demografica.
Gli impatti ambientali sono evidenti: suoli impoveriti di sostanza organica, falde acquifere spesso inquinate, paesaggi agricoli semplificati, con la perdita di tecniche agricole tradizionali come i terrazzamenti e una conseguente riduzione del valore culturale dei territori. A tutto questo si aggiunge una perdita irreversibile di biodiversità. È proprio da questa consapevolezza che nasce la spinta verso un cambio di paradigma, raccontato da anni da Slow Food e dalla guida Slow Wine, che dallo scorso anno ha compiuto una scelta radicale: non recensire le cantine che fanno uso di diserbo chimico.
Una presa di posizione netta a favore di una viticoltura che riduce la chimica di sintesi, investe in una meccanizzazione più sobria, sperimenta sistemi di irrigazione mirati e torna a valorizzare zone vocate, vitigni resistenti e adattati ai contesti locali. Obiettivi di sostenibilità che diventano sempre più centrali nelle politiche aziendali insieme all’uso delle energie rinnovabili (sole, vento, biomasse).
Ma non si tratta solo di produrre vino «più pulito» se non è anche «giusto». Occorre fare un salto di qualità e ripensare il ruolo della vigna come presidio ecologico e sociale capace di custodire i territori e di restituire senso al lavoro agricolo. Diventa allora naturale parlare di inclusione sociale quando si parla di vino, di migranti e di dignità del lavoro. Una dignità che viene meno quando il lavoro è sottopagato o svolto «in nero», quando scivola nello sfruttamento o nel caporalato: un fenomeno che riguarda circa 200.000 persone secondo il VII Rapporto Agromafie e Caporalato della Fondazione Placido Rizzotto. A questo si aggiungono condizioni di lavoro precarie, l’infiltrazione della criminalità organizzata nel settore agroalimentare e la scarsa redditività per molti produttori, compressi dalla pressione asfissiante della grande distribuzione organizzata.
Produrre tenendo conto degli impatti ambientali e difendere il lavoro agricolo significa, per Slow Food, tutelare la biodiversità e le comunità rurali, garantire dignità ai lavoratori migranti, creare opportunità per i giovani e per le donne che scelgono di avviare nuove imprese, soprattutto nelle aree interne in abbandono. Significa rivendicare un modello di sviluppo diverso da quello attuale, capace di generare valore e ricchezza diffusa anziché profitti concentrati in poche mani, nel rispetto della finitezza delle risorse naturali e di quell’uso razionale e parsimonioso della terra che le società rurali hanno storicamente praticato.
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